2019 febb 17 Uguccioni – Uno statuto per finta?

Quando i Della Ripa se ne andarono dal ghetto di Pesaro, verso il 1830, secondo le leggi pontificie avrebbero dovuto versare come tassa di emigrazione alla comunità ebraica da cui si separavano il 2 per cento (allora un’aliquota salatissima ) delle loro ricchezze.

Trattandosi di un importo considerevole, la comunità ebraica di Pesaro avviò una lunga causa civile, oggi assai interessante per gli storici dell’ebraismo. Ma non si arrivò mai a sentenza: nel febbraio 1837 la segreteria di Stato informò che, per volontà di Gregorio XVI, i Della Ripa erano esenti da quella tassa. Perché? Perché sì, perché Roma locuta causa finita, perché lo Stato pontificio era (relativamente) assoluto e l’oracolo del sovrano era esso stesso legge.
Mi è tornato in mente quell’episodio – ce ne sarebbero altri – perché, fatta la debita proporzione, qualcosa del genere sta avvenendo a Pesaro con lo statuto comunale. Uno statuto di poca rilevanza, come tutti gli statuti cittadini di oggi, modeste imitazioni di quelli medievali che erano davvero fonti del diritto (per mancanza di uno Stato centrale) e che venivano imposti anche ai castelli del contado. Gli attuali statuti comunali vennero “inventati” con un testo unico di quasi vent’anni fa, attorno al quale si proclamò che i Comuni ormai “maggiorenni” potevano darsi proprie forme di auto-organizzazione. Ma in realtà sono subordinati alla Costituzione, alle leggi dello Stato, poi a quelle regionali con cui non devono essere in contrasto. Insomma, l’autonomia cittadina si riduce a poco.
Senonché, mentre il vigente statuto comunale di Pesaro contempla che gli assessori restino in carica per non più di due mandati, il sindaco di Pesaro va oggi proponendo una modifica che ne renderebbe lecito un terzo, e questo a pochi mesi dalle elezioni, cioè cambiando le regole del gioco a gioco in corso. Un metodo inaccettabile, visto che lo statuto comunale, pur nella sua rilevanza oggettivamente modesta, è un atto normativo liberamente scelto. Perché disattenderlo nell’imminenza del voto? Perché non modificarlo dopo? Le ragioni sono chiare. Pare che il segretario generale del Comune abbia definito la proposta “un mero adeguamento tecnico”. Ma dai tempi della riforma Bassanini i segretari comunali sono scelti dal sindaco, non più funzionari nominati dallo Stato: dunque legano il cavallo dove il padrone comanda.
Se al tempi del papa-re bastava che la volontà sovrana si esprimesse (anche in forma oracolare, cioè a voce), oggi si procede per votazioni. E sebbene la maggioranza del Consiglio comunale di Pesaro sia stata spesso silenziosa e ligia alle direttive del sindaco, mi auguro che qualcuno rifletta sull’inopportunità di una simile rifinitura statutaria a tre mesi dal voto. Nel 1850 il patriota Luigi Carlo Farini deplorava che lo Stato pontificio fosse “un castello di carta che una bolla pontificia può ad ogni ora cambiare”. Noi confidiamo che la “macchina” comunale sia più solida, che i consiglieri comunale di maggioranza non siano a disposizione delle occorrenze politiche del momento.

Riccardo Paolo Uguccioni

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